18/04/2007 |
ROMULUS |
Romulus ora cammina grazie agli ex dello Champagnat II ragazzo romeno di 14 anni è stato sottoposto al Gaslini a un delicato intervento chirurgico ai piedi e ora sta meglio. I MEDICI del Gaslini, Ortopedia II, giurano che ii loro paziente straniero non solo tornerà a camminare: Romulus potrà correre come tutti i ragazzini della sua età, magari anche dietro a un pallone come fa Adrian Mutu. Nel frattempo, appena fmita la ñsioterapia,gli ultra della Samp lo aspettano allo stadio. L‘associazione genovese Acuma onlus, nata dall'iniziativa di alcuni ex studenti delio Champagnat, conobbe questo ragazzino sfortunato in un triste orfanotrofio di Bucarest, in Romania. Impossibile non notarlo, perché è affetto fin dalla nascita da una maiforrnazione agli arti inferiori definita “piede torto congenito equino”. Un probleina immediatamente risolvibile, in un qualunque ospedale italiano. Ma se non hai la mamma vicino a te, se il contesto dove vivi è povero e anche un po’ ignorante, se l’unica tua prospettiva è sperare che qualcuno ti dia prima o poi una mano, allora diventa tutto più difficoltoso. E così se nasci con i “piedi torti”, in sostanza, te ne devi stare. < I ragazzi di Acuma si prendono a cuore la vita di questo ragazzino, che oggi ha 14 anni. Chiedono al Gaslini se l’intervento possa essere eseguito, iniziano a costruire una rete tra Bucarest e Genova. La prima avventura non è trovare i soldi - servono quelli per il viaggio e per il soggiomo in Italia- ma ritrovare Romulus. «Quando siamo tornati non l’abbiamo trovato - dice Baiardo - era tornato con la madre, e assieme si erano trasferiti a Sibiu». Ma un bel giorno lo rintracciano, e convincono la madre Erika a tentare il tentabile per far correre il ragazzino. Si attiva una vera e propria macchina della solidarietà. Lavorano i Fratelli Maristi in Romania, lavorano gli associati di Acuma, interviene l’associazione valdostana "Anna Moise”. Anche i tifosi della Sampdoria organizzano una raccolta: alla fine di un evento organizzato ad hoc incassano 3.300 euro, una bella fetta del necessario. E alla fine, così, il sogno si avvera. Romulus arriva in Italia alla fine dello scorso novembre. Viene ospitato assieme alla madre in un appartamento messo a disposizione dalla Croce Rossa di Sturla, poche settimane dopo viene operato al Gaslini. Finito un primo periodo di gessi, oggi al piccolo romeno sono stati applicati due gessi tipo stivaletto. I1 recupero non è tra i più veloci, ma quel che si sa già è che questo viaggio è servito a dargli una speranza, e soprattutto a ricostruire il difficilissimo rapporto con la mamma. < “Acuma” è una parola rumena che sigmfica “adesso”. Oltre al progetto Romulus questi ragazzi, tutti tra i 20 e i 30 anni,ne stanno curando o imbastendo altri, tutti con protagonisti i bambini. Per informazioni c’è il sito, www.associazioneacumaorg attraverso il quale si può anche inviare una mail a Romulus. Ma non chiedetegli cosa vorrebbe diventare da grande, perché non lo sa Sa soltanto che vuole un lavoro e un fidanzato per la sua mamma, e che lei rimanga sempre con lui. DANIELEGRILLO |
Trato da "Il Secolo XIX" di Genova |
N.D. |
testimonianza campo invernale 2006/2007 |
Da Genova a Bucarest con l’obiettivo di portare un segno di speranza ai bambini ed ai ragazzi ospiti delle strutture di accoglienza o “randagi” nelle strade cittadine. Protagonisti dodici volontari dell’associazione Acuma Onlus, che da anni collabora nel capoluogo ligure ed in Romania con le comunità dei Fratelli Maristi, e che, nel campo invernale di quest’anno, si sono impegnati nei quartieri Chitila e Militari della capitale romena. Il fenomeno dei giovani che vivono nelle strade di Bucarest è molto diffuso, se ne calcolano circa 3.500-4000. Molti di loro se ne sono andati di casa perché maltrattati, altri sono stati abbandonati: «La porta di casa nostra, invece di aprirla, la alziamo... E’ il tappo di un tombino, all’angolo di una strada o in mezzo ai giardini della stazione» spiega una ragazza per raccontare dove vive. Durante le festività di fine anno, i volontari di Acuma, che in romeno significa “adesso”, hanno trascorso il loro tempo con i tanti Magdalina, Alex, Florin, Adrian, Jonico, Mariana, Gianina, Mihail: questi sono solo alcuni nomi dei ragazzi che, grazie anche alle straordinarie iniziative dei volontari d’appoggio alle missioni Mariste, nei casi più fortunati si sono reintegrati nella scuola o addirittura nella loro famiglia. I volontari, coordinati dal fratello marista Damiano Forlani, sono stati protagonisti delle attività di animazione di strada presso i centri di prima accoglienza e nei quartieri disagiati ed hanno festeggiato il capodanno insieme ai bambini dell'orfanotrofio “Pinocchio”. “Appena ti conoscono, i ragazzi di Bucarest ti chiedono soldi e si mettono a ridere, per vedere come reagisci – racconta uno dei partecipanti italiani - Ti prendono in giro, e poi ti abbracciano, e poi ti richiedono soldi, si rimettono a ridere, dicono qualche parola volgare in lingua tzigana, e chissà cosa pensano”. La miseria ha mille volti e spesso quello morale è il più duro: i ragazzi ed i bambini di Bucarest hanno storie tutte diverse ma tutte tristemente uguali che parlano di violenza, disagio, emarginazione. La condizione giovanile nella capitale romena è complessa come è complesso l’apparato statale burocratico cui fa riferimento. “Ciao, come ti chiami? Come stai? Ti voglio bene”. Questo è la formula semplice ma efficace che i volontari di Acuma, quasi nella totalità giovani dai 18 ai 25 anni di età, usano come antidoto al disagio ed alla solitudine. La voglia di conoscere, di rimettere in discussione certi significati, come famiglia, casa, amore, li ha portati a condividere buona parte del loro tempo libero dagli impegni di lavoro o di studio con la comunità Marista di Bucarest che, quotidianamente, vive un’esperienza di solidarietà e che offre ai ragazzi romeni incontri sulla strada, ascolto in un centro diurno, accoglienza in luoghi protetti e proposte progettuali finalizzate a costruire un futuro migliore: 50 bambini e ragazzi accolti nelle case famiglie, 40 giovani coinvolti nel lavoro educativo e ricreativo del centro diurno e molti altri ancora impegnati nelle attività ludiche di quartiere. E’ il metodo che conta: la porta di casa dei fratelli Maristi è sempre aperta, chiunque è benvenuto. Il denominatore comune delle attività sono l’istruzione e la formazione. Tutti i partecipanti sono a conoscenza che occorre rispettare le regole, educatori compresi. I giovani che accettano devono impegnarsi, fare le cose seriamente per conquistare la fiducia in sé, la fiducia degli altri e per guardare ad un domani possibile. I ragazzi di Bucarest, dai tombini ad una vera casa. Da un presente di povertà ed emarginazione ad un futuro di lavoro e dignità. Chissà cosa faranno da grandi, chissà che strada decideranno di prendere, chissà se ci sarà qualcuno al loro fianco, che stia dalla loro parte nonostante tutto. Elisabetta Rossi Volontaria Acuma Onlus – Genova www.associazioneacuma.org |
Elisabetta Rossi |
26/10/2004 |
Per le mamme... |
Acuma 2004, pubblicato in dicembre dalla rivista Missio Giovani, Genova Quest’estate, come ogni estate, la mia famiglia ha festeggiato il Ferragosto a Cimaferle, un piccolo paese al confine fra Liguria e Piemonte: un grande tavolata all’aperto, all’ombra dei ciliegi, un’occasione per ritrovarsi. Nonni, zii, cugini, genitori e nipoti: come sempre c’erano tutti Io però no. Io ero a Bucarest, a Ferragosto. Immagino che a tavola abbiano anche parlato di me, della mia assenza. Immagino che mia madre si sia lamentata. Lei non vuole che io vada a Bucarest. E io, da bravo figliuolo, sono tre anni che ci vado. Partecipo ai campi di volontariato organizzati dall’associazione di cui faccio parte: l’ACUMA ONLUS. Tre campi di due settimane ciascuno nel periodo fra la fine di luglio e l’inizio di settembre. Si va lì, insieme a tanti altri ragazzi provenienti un po’da tutta Italia, a fare attività di animazione e di formazione con i bambini di strada rumeni. Lavoriamo su più fronti: all’interno dell’orfanotrofio Pinocchio; con i ragazzi di Chitila, un quartiere molto povero alla periferia di Bucarest e facciamo attività anche nel quartiere in cui risiediamo durante la nostra permanenza rumena. Ogni volta che torno da Bucarest mia mamma mi tiene il broncio per un po’di giorni. Mi guarda come volesse chiedermi: Ma che cavolo ci vai a fare laggiù? Quei poveri bambini non hanno esigenze più urgenti che giocare con un po’ di italiani pazzoidi? E poi, una volta per tutte, che diavolo vuol dire ACUMA? Non le ho mai risposto. Forse per ripicca al suo atteggiamento ostile, forse per pigrizia. Forse, più probabilmente, perché mi rendo conto che non è facile far capire agli altri i motivi di una scelta che per me è dettata da una sorta di esigenza naturale, quasi un bisogno, difficile da spiegare in modo razionale e comprensibile. Ultimamente però ho pensato molto a quello che ho fatto questa estate, cercando di trovare le parole giuste per descrivere quello che ho visto e ho provato. E mi sa che se mamma chiede qualcosa, la prossima volta rispondo. E le rispondo che, è vero, durante il lavoro a Bucarest capita spesso di pensare che si potrebbe fare qualcosa di più utile e concreto, che i giochi che offriamo a quei bambini servono a poco a fronte della mancanza di tutto. Poi però succede che ti guardi intorno e ti rendi conto che in Romania le case sono circondate da muri alti, impenetrabili, che finestre e porte non restano aperte mai troppo a lungo… capisci che una povertà come quella porta la gente a chiudere il mondo fuori, a creare una distanza tra sé e gli altri che acquista il nome di indifferenza. Una distanza che diventa un macigno su chi non ha la forza di reagire. E ti accorgi che pesa sui bambini. Senti allora che il gioco li avvicina, che diventa un mezzo per mostrare loro un mondo diverso in cui l’indifferenza non deve avere un posto, in cui l’altro non è sol e sempre qualcuno da cui guardarsi, ma può diventare un amico da cui trarre e a cui dare aiuto. Quando durante i giochi vedi al tuo fianco alcuni di loro che ti aiutano a gestire l’animazione, quando nelle piccole attività manuali che insegniamo loro li vedi aiutarsi, inizi a credere che di giorno in giorno si aiuteranno a crescere insieme. E’ per questo che vado a Bucarest, che ho bisogno di andarci adesso, senza rimandare. E’ per questo, una volta per tutte, mamma, che abbiamo deciso di chiamare la nostra associazione ACUMA. Perché in rumeno significa “ORA!”, “ADESSO!” e ci ricorda che non c’è tempo da perdere quando si tratta di aiutare chi ha bisogno di noi. Ricordati di salutare la zia Adele da parte mia, il prossimo Ferragosto. |
Tommaso, un volontario |
“Il Corriere della sera” del 6 novembre 2004 |
ORFANI-VIETATO L’ESPATRIO |
Bambini come bambole rotte. Custoditi dallo stato in istituti desolati. A Bucarest la realtà è questa. Ora una legge gonfia di orgoglio nazionalistico proibisce le adozioni all’estero. E l’Europa fa finta di niente Non potremmo entrare - noi, stranieri e giornalisti - in questo centru de plasamento su un elegante viale di Bucarest, orfanotrofio d'architettura sovietica dentro a un parco spelacchiato. Non dovremmo sapere che al quarto piano esistono ancora bambini piccoli, due anni al massimo, spenti fra mura consunte. Non scendono mai le scale, non passeggiano tra i castagni. Sembrano bambole rotte. Valentina non piange quando Stephan le spacca una macchinina in testa. Marian, vomito sulla maglia, non ride al solletico. Nella fredda geometria dei letti a sbarre, incantano gli occhi nocciola di Maria: avrà quattro anni ma sta con i piccoli, umida di pipì fino alle ascelle. Ci siamo confusi tra i volontari rumeni, e basta stare zitti per non destare sospetti. Alina, educatrice in camice rosa, dice che il lavoro l'annoia: «Si guadagna poco ma è un posto sicuro. Alla puzza ci si abitua». Confonde i nomi dei bambini. Sostiene che Anastasia ha un anno e mezzo quando sembra una neonata dal corpicino floscio, capace solo di giacere a pancia in giù. La Romania è quasi certa di entrare in Europa nel 2007: ecco perché questo desolato contenitore di ottanta bambini è vietato ai curiosi. I miliardi di euro che Bruxelles versa dal '92 servono all'economia ma anche a rendere più umani i 1.334 orfanotrofi, eredità di Ceausescu e dell'idea di Statogrande madre. L'Autorità nazionale per l'infanzia concede visite guidate solo negli istituti ristrutturati e ridipinti a Bambi e Paperini. Come il centro Luminita, quaranta ospiti fra due e 18 anni, dove operatrici più materne stemperano l'atmosfera sospesa e asettica. Ragazzi disabili abitano qui da sempre. Guardano la televisione dondolando la testa. Sebbene la Romania abbia fatto progressi nella tutela dell'infanzia, oltre 36 mila minori affollano gli orfanotrofi. Altri 47 mila galleggiano tra comunità, appartamenti sociali e 14 mila "assistenti maternali", donne che li accolgono per quattro milioni e mezzo di lei al mese, 110 euro, l'equivalente di uno stipendio medio. Nel 2001 la Ue ha sospeso le adozioni all'estero per debellare il traffico di minori, premendo per una legge che garantisse procedure pulite. E’ arrivata In giugno ed entrerà in vigore a gennaio, ma stabilisce una cosa strana: un rumeno può essere adottato all'estero solo dal nonno emigrato. In pratica vieta le adozioni internazionali, se non per poco chiari casi speciali", condannando tanti bambini all'assistenza statale. Il presidente Iliescu - che non sarà rieleggibile alle prossime consultazioni dei 28 novembre assicura che sta incoraggiando le adozioni nazionali, ma negli ultimi due anni sono state solo 2.800 contro le oltre diecimila portate a termine oltre confine tra il '97 e il 2001. La Ue ha salutato con favore la nuova legge rumena. «No, l'ha addirittura Incoraggiata» precisa Marida Bolognesi, della nostra Commissione bicamerale per l'infanzia, che preme su Bruxelles per rivedere le regole. «L'Europa ha accettato una palese violazione delle Convenzioni internazionali di New York e dell'Aia secondo cui ogni bambino ha diritto a una famiglia. Per fermare il mercato di minori, perché non si istituisce un'authority europea di controllo? In Italia quaranta coppie sono già a metà dell'iter adottivo in Romania: così perdono ogni speranza». Il tema dà fastidio, in Romania. Lo sa bene AiBi, organizzazione italiana che da anni opera qui: «Si nega una famiglia a tanti bambini: lo abbiamo gridato» tuona il presidente Marco Griffini. «Risultato? La Ue ha boicottato il nostro convegno internazionale di settembre a Bucarest. E’ giusto che si punti sulle adozioni nazionali, ma quanto ci vorrà? E intanto una generazione cresce in istituto». Contro la legge rumena, AiBi medita una denuncia al comitato di New York che vigila sull'applicazione della Convenzione dell'89. Anche perché la chiusura delle adozioni non e un antidoto alla compra-vendita: basta diagnosticare a un bambino un male curabile solo all'estero, ed ecco organizzato il viaggio di sola andata. L'unico funzionario pubblico con cui riusciamo a parlare è Monica Nedef, direttrice del Centro per la protezione del minore dei settore 2 di Bucarest: è il più popoloso della città, con 400 mila abitanti e 1.100 bambini assistiti, e ha investito al meglio i fondi europei. Ma anche Monica, manager sensibile, sulla nuova legge taglia corto: «è una decisione del governo». E sottolinea che «ormai esistono solo un paio di orfanotrofi con più di cento bambini, gli altri si sono trasformati su standard moderni. E l'adozione nazionale cresce. Tra i benestanti, certo, che però non vogliono bimbi rom o disabili». Maricica Cihodaru, dell'associazione Aproapele, rivela un 1 altra realtà: «La coppia che adotta cambia quartiere. E’ un tabù». Capita anche che la nuova famiglia si disfi dei figlio acquisito. E' accaduto a Georgi, vent'anni: da cinque è uno dei mille ragazzi del sottosuolo di Bucarest. Ci invita nella sua casa: un materasso sotto un tombino del viale Unirii, quello che termina al mostruoso edificio del Parlamento. Ed è accaduto a Florin, undici anni, finito nel famigerato istituto di Babeni vicino a Rámnicu Válcea, 300 chilometri a nord-ovest della capitale. Babeni è un internato per ritardati mentali, «ma spesso ci finiscono bambini solo troppo vivaci o segnati» racconta Daniela Trogu, per cinque anni responsabile di AiBi in Romania. «L'istituto non aveva le fogne, poi un'associazione, Inima pentru lnima, lo ha reso vivibile». AiBi ospita cinque bambini "salvati" da Babeni in uno chalet nel verde di Válcea, Casa Carla". Un luogo di passaggio per chi ha almeno un genitore, «ma è difficile convincerli a riprendersi il figlio che hanno rifiutato per povertà» constata Daniela. I genitori di Florin non lo rivogliono, eppure lui non ha handicap. Ama cantare e disegnare mappe dell'Europa. E solo un po' effeminato, «forse ha subito abusi in istituto» ipotizza il direttore della casa, Bogdan Raru. Che definisce l'abbandono come autentica emergenza sociale, retaggio dell'assistenzialismo comunista: «Qui a VáIcea» dice «un bimbo al giorno è rifiutato alla nascita». Gli zingari, circa due milioni, affidano spesso i figli agli istituti statali per riprenderli quando saranno adatti al lavoro. loanna e Claudia del villaggio di Racovita, 80 chilometri da Válcea, sono tornate a casa grazie ai bulibasa, vecchio capo di 2 5 famiglie stipate in poche baracche senza luce né acqua. Le bimbe scorrazzano nel fango, chiamano tutti mamma e papà, hanno dimenticato l'igiene e la lingua rumena. «Ma sono a casa» dice Doina Tonchevici, l'assistente sociale che ha convinto il bulibasa a mandarle a scuola. Anche Julia, studentessa trentenne di Bucarest, stava per consegnare i suoi due bambini allo Stato. Tre mesi fa ha partorito Matei: quando è tornata dall'ospedale, il suo uomo le aveva sbarrato la porta. Julia ha trovato accoglienza in un centro maternale di AiBi nella capitale, di fronte alla televisione di Stato. La stessa via in cui, anni fa, Daniela Trogu aveva incontrato un gruppo di ragazze sporche e disorientate. Venivano dall'istituto di Suici e a 18 anni, come da prassi, erano state caricate su un treno per Bucarest. AiBi ci ha dato appartamenti sociali e corsi professionali» racconta Eléna, che oggi vive in periferia, nel monolocale del fidanzato Marian. Anche lui è cresciuto in istituto, e accarezza Eléna quando nel sonno lei urla: «Non farmi male». Le stesse ferite aperte di Yleana, ex ospite di Babeni. Se le chiedi com'era l'orfanotrofio, lei scurisce lo sguardo e tace un attimo. Infine sussurra, lentamente: «Violenza». Una casa per rinascere Tre centri a Bucarest per ragazze madri. Appartamenti sociali per chi a 18 anni esce dall’istituto e non sa dove andare. Ludoteche per i bambini poveri della capitale. Tre case-famiglia per minori abbandonati. Sono alcuni dei progetti che AiBi, Associazione amici dei bambini, ha creato in Romania. Ora cerca nuovi sostenitori per le due esperienze più innovative. Una è “Casa Carla” a Ràmnicu Vallea, gestita con l’organizzazione locale Inima pentru Inima, che accoglie bambini in difficoltà. Si tenta di reinserirli in famiglia oppure, se sono orfani, di farli adottare. La casa ha aperto nel 2001 con l’aiuto della Chicco e un fondo del nostro ministero degli Esteri, appena scaduto. L’altro progetto è di sostegno all’orfanotrofio “Casa Speranza” di Càmpina (contro petrolifero 80 chilometri a nord di Bucarest), gestito dalle suore di San Giuseppe d’Aosta con un minimo contributo statale (200 mila lei al mese per bimbo, meno di cinque euro). E’ l’unico del distretto ad accogliere neonati, attualmente 50. Sui danni provocati ai bambini rumeni dal blocco delle adozioni internazionali, AiBi sta organizzando un incontro pubblico a Milano: è stato invitato anche il nuovo rapporteur al Parlamento europeo per il paese balcanico Pierre Moscovici. Per informazioni e donazioni: www.aibi.it, 02/988221. |
Emanuela Zuccalà |